Trucchi e consigli

 

FOTOGRAFARE I FULMINI:

Alcune indicazioni utili, riferite ad una pellicola 100 ISO, per calcolare l'esposizione in posa "B":

Fulmine distante fino a 3 Km:

esporre ad f/11

Fulmine distante fino a 16 Km:

esporre ad f/5,6

Fulmine distante oltre 16 Km:

esporre ad f/4


Per individuare la distanza del fulmine, considerare il tempo che lo separa dal tuono: 5 secondi equivalgono a circa 1,6 Km.

 

FOTOGRAFARE I FUOCHI ARTIFICIALI:

La composizione: è particolarmente utile un sopraluogo, per individuare la zona di lancio e ricercare un punto di ripresa elevato (ponte, cavalcavia, campanile, colle...); infatti l'immagine sarà più efficace se ambienteremo il fuoco artificiale su uno sfondo connotato e riconoscibile, come possono essere le luci notturne della città. Da un luogo elevato non sarà necessario inquadrare verso l'alto e sarà quindi più semplice includere l'abitato nella scena.
In alternativa, potendo disporre di uno specchio d'acqua (città in riva ad un lago o al mare, zone umide di parchi ecc. ecc.) potremo sfruttare il riflesso speculare nell'acqua, per una più gradevole composizione.
L'esposizione: è ovviamente assurdo cercare di rilevare l'esposizione in tempo reale, sul fuoco artificiale: per esperienza possiamo dire che la luminanza dei fuochi - pure variabile da tipo a tipo - è mediamente corrispondente ad una esposizione di f/5,6 per una pellicola di sensibilità 100 iso e dunque ci si può facilmente regolare di consequesnza: f/4 con 50 iso, f/8 con 200 iso ecc. ecc. A questo diaframma va accoppiato un tempo di esposizione (in posa "B" o "T", ovviamente su treppiedi) sufficientemente lungo da includere l'esplosione di alcuni fuochi. Mediamente, 8 secondi sono una buona base di partenza. Usufruite dei primi fuochi per centrare l'inquadratura e successivamente attendete lo sparo del cannoncino, seguite la scia del razzo e, quando sta per esplodere, aprite l'otturatore, utilizzando uno scatto flessibile od elettrico, aspettando che l'effetto pirotecnico abbia termine. Se gli spari sono molto distanziati, coprite con uno schermo nero l'obiettivo tra un fuoco e l'altro o utilizzate esposizioni multiple. Impiegare una pellicola invertibile di bassa sensibilità, assicura la massima brillantezza di colore. Un ultimo consiglio: utilizzate un buon paraluce, perché spesso si opera in prossimità di una forte illuminazione laterale ai vapori di Sodio, che può creare fastidiosi riflessi parassiti nell'obiettivo, i quali, dato lo sfondo scuro della scena ripresa, risultano ben evidenti.

(Marco Cavina)

 

LA "REGOLA DEL 16":

Questa semplice regoletta empirica potrà far sorridere in tempi di apparecchi superautomatici, tuttavia è bene tenerla a mente, in quanto ci permetterà, in condizioni di emergenza, di effettuare esposizioni corrette, senza l'ausilio di esposimetri. Si è appurato statisticamente che -da due ore dopo l'alba a due ore prima del tramonto- in una scena all'aperto, col cielo sereno, l'esposizione richiesta è praticamente costante e corrisponde ad un diaframma pari a f/16, con un tempo di esposizione corrispondente al reciproco della sensibilità della pellicola impiegata. Ad esempio, con una pellicola da 50 iso servirà f/16 ed 1/50 di secondo (arrotondabile ad 1/60), mentre con una 400 iso avremo esposizioni corrette con f/16 ed 1/400 di secondo (arrotondabile anche in questo caso al tempo disponibile più vicino, ovvero 1/500) e così via. Naturalmente vi sono condizioni particolari che fanno eccezione, come il controluce (nel cui caso converrà aprire 1,5 o 2 valori di diaframma) o il cielo coperto (aprite un valore di diaframma se si tratta di una semplice velatura, aprite 2 o 3 valori di diaframma se si tratta di una copertura spessa ); tuttavia in condizioni "normali" (sole alle spalle del fotografo, cielo terso) la regola funziona.
E' ovvio che con pellicole negative, caratterizzate da notevole tolleranza di esposizione, non ci saranno problemi, mentre con pellicole per diapositive, molto meno tolleranti, sarà bene eseguire una "forcella" di esposizioni, ovverosia almeno altri due scatti, oltre quello teoricamente corretto, uno aprendo il diaframma di un valore e l'altro chiudendolo di un valore, rispetto all'indicazione base della regola del 16. Così facendo si può essere ragionevolmente sicuri che almeno una delle tre esposizioni sarà soddisfacente. Questa regola la si utilizza di solito con fotocamere meccaniche prive di esposimetro o con le batterie che le alimentano esaurite; nulla può fare per una fotocamera elettronica: in caso di batterie scariche tutto l'apparecchio sarà bloccato, impedendo lo scatto (almeno che la macchina, cosa rarissima, non offra un tempo meccanico).

(Marco Cavina)

 

LA "REGOLA DEI TERZI":

Si frazioni mentalmente l'area inquadrata dal mirino in nove aree di uguali proporzioni, immaginandone le quattro linee di demarcazione. I punti d'intersezione di queste quattro linee indicano le altrettante posizioni nelle quali può essere collocato il soggetto principale, allo scopo di conferire proporzioni gradevoli alla composizione.
Vantaggioso può essere un ulteriore avvicinamento del soggetto verso il centro dell'immagine, perché più aderente al principio classico della sezione aurea, della quale la regola dei terzi è una semplificazione, che modifica in 1:2 il più equilibrato 5:8. La regola dei terzi è molto utile per la collocazione della linea dell'orizzonte.

 

"VEDERE IN BIANCONERO":

La maggior difficoltà nel fotografare utilizzando pellicole in bianco e nero è sicuramente riuscire a "previsualizzare" i risultati. Il nostro occhio, infatti, abituato ai colori, ne viene facilmente distratto e non da il giusto peso alle componenti fondamentali della fotografia bianconero (trame, forme, chiaroscuri...). Così facendo, spesso, il negativo ottenuto non rispecchia affatto le previsioni del fotografo. Un modo per concentrarsi su questi particolari può essere quello di osservare attreverso un filtro la scena che vogliamo riprendere; il filtro la farà apparire quanto più possibile monocromatica e quindi quanto più simile a come risulterà nella stampa. In pratica, servirà a "tradurre" in toni monocromatici i colori della scena, in modo da poterli più facilmente assimilare ai relativi toni di grigio. Questo esercizio, fondamentale per l'applicazione del "Sistema zonale", veniva svolto anche da Ansel Adams, che consigliava ai suoi allievi l'utilizzo di un filtro arancione medio (Wratten 90).

 

EVITARE IL MOSSO:

Il mosso, croce del fotoamatore, può essere ridotto in diverse maniere; alcune professionali ed altre decisamente casalinghe, ma nel loro piccolo efficaci, poco costose e poco ingombranti.
L'ausilio migliore è il treppiedi, che più pesante è meglio è; però provate a portarvi 5 chili di alluminio per una scarpinata di qualche ora! Ora li fanno anche in fibra di carbonio, ma che salasso finanziario! Alcuni treppiedi prevedono, sotto la colonna centrale, un gancio per appendere un peso ed aumentare la stabilità. Normalmente ci si appende la borsa dell'atrezzatura in maniera che sia più bassa possibile, fino a sfiorare il terreno. Io in esterno sono in dubbio se farlo, in presenza di vento, a causa dell'effetto vela causato dalla sagoma della borsa appesa. E' comunque buona norma, se concesso dall'inquadratura, usare il proprio corpo come paravento. L'uso dello scatto flessibile e del sollevamento preventivo dello specchio sono vivamente consigliati. Il presollevamento dello specchio, se non è presente l'apposita leva, viene talvolta effettuato dall'autoscatto (Olympus). Alcuni corpi prevedono anche l'autoscatto breve (EOS3), per cui non c'è da aspettare i dieci secondi canonici. Il movimento della tendina dell'otturatore, al contrario di quello dello specchio, non produce vibrazioni di rilievo.
I lunghi teleobiettivi, per un miglior bilanciamento e per non forzare sulla baionetta della fotocamera, vanno fissati alla testa (tramite l'apposito collare) o ad una gamba (tramite l'apposita asta) del treppiedi. Un altro stativo utile è il monopiede; anche la piccozza (per chi va in montagna) può esserne un succedaneo, utilizzando un foro presente o da farsi sulla paletta. Sto pensando al fissaggio della vite ad un bastoncino, che uso durante il trekking.
Morsetti da fissarsi a stipiti, porte, rami, pali e quant'altro permetta un'aggancio sono utilissimi. Anche le superfici lisce possono essere sfruttate, utilizzando quelli con la ventosa. Un altro stativo, facilmente realizzabile, è il cordino da tenere sotto tensione. Se prendete un pezzo di corda né piccola né grossa, di lunghezza opportuna, ecco che avete fatto uno stabilizzatore casalingo. E' leggero e facile da ubicare in borsa (al suo posto è utilizzabile anche la cinghia a tracolla). Se si usa l'attacco rapido, in genere è disponibile l'anello della vite per agganciarvi un piccolo moschettone, a sua volta annodato al cordino in questione. Il suo capo libero va tenuto sotto un piede, esercitando un'opportuna tensione, con la fotocamera all'occhio. La tensione esercitata non deve essere forte, altrimenti si ottiene l'effetto opposto. In alcuni luoghi, anche per strada è vietato fotografare col treppiedi ed anche il monopiedi è fortemente sospettato dai guardiani (occupazione del suolo pubblico), ma vorrei sentire cosa dicono se uso un cordino tenuto con un cappio sotto un piede!
Il "sacchetto di fagioli" è forse il miglior stabilizzatore che conosco. Si adatta facilmente alla forma dell'aggeggio che vi si posa sopra. Usato su massi, tronchi abbattuti, tetto dell'automobile o anche sul finestrino alzato alla precisa altezza dell'occhio, diventa un ottimo stativo. Io uso i sacchetti che contenevano il riso (2 o 5Kg). Non devono essere riempiti fino all'orlo, altrimenti non svolgono la funzione cui sono preposti. Si possono utilizzare diversi materiali, dai piselli secchi alla sabbia (che è forse il materiale migliore, ma è pesante). Io uso sopratutto il riso, che all'occorrenza può servire anche per pasturare i passerotti. In macchina è molto utile un secondo sacchetto per appoggiarvi il gomito, utilizzando il finestrino aperto. Può inoltre essere usato come cuscino da interporre tra le chiappe e la dura roccia. So che esistono i "bean-bag" gonfiabili, ma non sono riuscito a trovare dei riferimenti. Se si fotografa dall'interno di un'automobile, è fondamentale spegnerla, prima dello scatto.
Nello scatto a mano libera il problema maggiore è il tremolio naturale di noi umani. I sacri testi riportano l'empirismo che, per renderlo quasi invisibile, si deve impostare una velocità di otturazione uguale o superiore al reciproco della lunghezza focale dell'obiettivo utilizzato: in parole povere, almeno un 1/50" (arrotondabile ad 1/60") con un 50mm, almeno 1/200 (arrotondabile ad 1/250") con un 200mm ecc. ecc. E' importante anche fare attenzione a non premere con eccessiva violenza il pulsante di scatto. Non disponendo di ausili meccanici, si possono comunque utilizzare alcuni accorgimenti per migliorare la stabilità. Se ci si accuccia, il gomito può essere appoggiato al ginocchio, creando così un punto d'appoggio. Se si fotografa rimanendo in piedi, è utile posizionarsi a gambe divaricate e distanziate, come se si stesse facendo un mezzo passo, gomiti accostati al corpo e trattenere il respiro (meglio se con i polmoni vuoti). Guardandosi un po' intorno, si possono sfruttare anche spalle di amici e familiari, il cranio della moglie, muretti, pali stradali, ringhiere, angoli di case e palazzi.
In definitiva, il sistema per avere meno mosso possibile è: treppiedi appesantito, ribaltamento preventivo dello specchio e cavetto flessibile per lo scatto.

(Camillo Ferrari)